Come stelo mi piego e ti raggiungo, angelo nel tuo inferno, demone di un perverso paradiso.

... Non si scappa dai propri Desideri ...

Come Pioggia mi Bagni,Avido Sogno che sferza e non fa male.

Ultima

Chi comincia ad amare, deve essere pronto a soffrire.

Non vi è l’Amore nel mio modo di sottomettermi, ma ogni volta che accade è un atto d’amore.

“Amor – come parola essenziale
dia inizio alla canzone e la sostanzi.
Amor guidi il mio verso e, nel guidarlo,
unisca anima e sesso, membro e vulva.

Chi osa dir di lui che é solo anima?
Chi non sente nel corpo l’anima espandersi
fino a sbocciare in un vivido grido
d’orgasmo, in un istante d’infinito?

Il corpo avvinghiato a un altro corpo,
fuso, dissolto, torna all’origine
degli esseri, che Platone vide completi:
é uno, in due perfetto: due in uno.

……

Allora si instaura la pace. Pace di dei,
adagiati sul letto, come statue
vestite di sudore, grate per quanto
ad un dio aggiunge l’amor terreno.”

Versi tratti da “AMOR – COME PAROLA ESSENZIALE di Carlos Dummond de Andrade”

Vorrei fare una premessa, tutti ne staranno già parlando, tutti ne parleranno per mesi. Puristi,vanilla, neofiti, curiosi, viziosi, gente alla ricerca di qualcuno che soddisfi “facilmente” le loro fantasie: insomma sono certa che non ci sarà qualcuno al mondo che non avrà o abbia già la propria opinione a riguardo.

Non è un caso che il marketing abbia portato a far uscire un film kinky  proprio nei giorni di San Valentino, per quanto possa piacere o meno, il sesso vende, se poi è  un romanzetto rosa  condito di spunti pruriginosi, sono convinta che riempirà le sale cinematografiche fino a pasqua. Sarà sdoganamento di ciò che vivo in maniera più o meno consapevoleda quasi 15 anni. Libri, film,e negozi si arricchiranno di spunti fetish e giocattoli per adulti.Tutti coloro che potranno ne faranno business, qualcuno ne approfitterà per cercarsi una scopata. Già l’altro giorno in libreria mi è capitata in mano per mera curiosità un libro che all’interno conteneva un vibratore.

Non mi piace far polemica gratuita e non è neanche mia intenzione farne, sono sempre stata convinta che alla fine le persone all’interno della loro  intimità debbano aver la liberà di viverla come meglio credono almeno finchè tutti i partecipanti sono maggiorenni e consensuali. Se poi è bdsm o meno chissenefrega!

Se parlarne e sdoganando sarà il modo per aiutare a qualcuno a capire chi meglio è ben venga, l’unica cosa che in cuor mio posso fare  è avvertire. Oggi come da quando ho aperto questo blog ho sostenuto che queste pratiche e tutto il bdsm hanno dei rischi, prima di fare bisogna studiare, capire, informarsi. I mezzi esistono, l’ignoranza non può e non deve essere una scusa.

Fatta questa  premessa vorrei tornare a ciò che frulla fra le dita e mi porta a scrivere oggi

Amo profondamente e con tutta me stessa ciò che sono e questo amore lo riverso completamente donandomi a chi mi domina. Nel giorno di San Valentino, quando tutti staranno approfittando per ricordare quanto Amore hanno nella loro vita, io voglio guardare alla mia essenza con lo stesso sguardo. Uno sguardo d’amore.

Dopo il mio anno sabbatico mi rendo conto che le mie fantasie, i miei bisogni, le mie pulsioni urlano tutto il loro vigore.

Sono piena di languidi pensieri, e inconfessabili voglie. Il desiderio di offrire la mia essenza e vederla arricchita mi alza tutte le mattine e mi accompagna scivolando nel sonno la sera.

Sono  arrivata a pensare che una strada di sottomissione che contenga dolore  non mi dispiacerebbe affatto. Sì, è tutto da esplorare il mio masochismo, nella mia vita da sottomessa è stato solo assaggiato questo aspetto, e, ad oggi, credo di aver raggiunto un punto del mio percorso dove vorrei capire di più di me e di cosa mi scatena la sofferenza.

Ora probabilmente qualcuno avrà spalancato gli occhi quasi inorridito pensando a come si possa vivere tutto questo tempo nel bdsm senza aver mai capito fino a che punto si è Sadici o Masochisti. Ho semplicemente vissuto altro, chi mi ha accompagnato in questo percorso non ha mai voluto portarmi pienamente su quel terreno, e io non ho mai condiviso il desiderio di esplorarlo.

Ho sempre considerato la possibilità di ricevere dolore unicamente come margine di potere che concedevo a chi mi possedeva. Il dolore che ho subito mi dava piacere in quanto mi dava il metro della mia devozione. Ma voglio scoprire cosa c’è oltre.

Vorrei arrivare a comprendere esattamente quanto mi piaccia sentire il mio corpo esausto per gli usi che si è voluto farne, essere costretta e immobilizzata nell’attesa di venir colpita.

La pelle profanata in una trama di disciplina e punizioni, divenir gioco perverso per  assecondare le manie viziose.

Sentire la mia voce arrochita fino a giungere allo stremo delle forze.

Trovarmi in faccia ai miei limiti e prenderne completa visione.

Vorrei guardare nel profondo due occhi,, ardenti come braci con i miei riempiti di lacrime salate, ma mai con retrogusto tanto dolce.

Io sono pronta a soffrire, io sono pronta ad amare.

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Buon San Valentino a tutti.

Ogni limite ha una pazienza.

“Fermarsi
al filo dell’abisso
e comprendere
che lo spirito
attende nel limite.
Solitudine vedetta.”

Pablo Gozalves

Se c’è una cosa innegabile del mio essere sottomessa è che sono brava ad attendere.

Credo di aver passato più tempo ad attendere che poi a godermi il frutto della mia pazienza.

E dicendolo non c’è rimorso o recriminazione, ma una presa di coscienza.

Dicono che questa capacità sia una virtù dei forti, ed io che di vizi e virtù ho scritto fiumi di parole mi ritrovo a chiedermi quanto questa mia capacità d’attesa sia realmente una virtù o  invece divenga vizio che non so come scollarmi.

Sì perchè vuoi mica che una sottomessa sia impaziente, che non sappia qual’è il suo posto  e forzi decisioni o situazioni.

Chi vuole una sottomessa tarantolata che non è capace a rimanere lì immobile con sguardo speranzoso, disciplinata e in religiosa contemplazione della chiamata del proprio Dominante?

Qual’è il limite della pazienza? io questo limite ce l’ho?

Qual’è quella sottile linea di confine oltrepassata la quale si diventa “fessi”?

Si forse troppe domande tutte assieme non aiutano, ed io in questi giorni me ne sto facendo parecchie. Sono riflessiva, contemplativa, ponderante, paziente e comprensiva. Si va bene ma ho un limite in questo? La mia razionalità  si romperà prima o poi facendomi perdere le staffe e sbarellare un po’ a ruota libera?

Ecco ancora domande.

Deve essere catartico ad un certo punto alzarsi dalla posizione disciplinata in cui sono ancora adesso nonostante il mio collo più che libero e urlare al mondo  ” BASTA! MI SONO ROTTA! “.

Ed invece, evidentemente, non ne sono capace oppure non ho trovato ancora quel limite e quindi mi ritrovo a comprendere le ragioni di tutti e tutte le situazioni.

Sono una silente vedetta che saluta con un cenno del capo chi lancia una pietra nel mio abisso per testare se e quanto profonda sia la mia pazienza. Io non sono ancora riuscita a sentire un suono da quelle pietre.

Ogni volta però qualcosa nella mia pancia, di emotivamente forte,  si contorce  e regala attimi di fitte dolorose. Accade quasi sempre quando entro nel dormiveglia e i pensieri turbinano attorno alla mia testa  confondendomi e assuefacendomi a quell’attesa.

Non sono sicura che la mia sia follia o illusione, autoaddomesticamento o eccesso di raziocinio. Ogni tanto vorrei saperlo sputare il rospo piuttosto che ingoiarlo sempre tutto. Vorrei che la mia bocca sapesse perdere il pudore e dire ciò che freme sotto pelle, che affama il mio essere schiava.

“Non voglio essere sacra e inviolabile, non sono Beatrice.

Non voglio neppure fare e disfare la tela in attesa di un ipotetico Ulisse, non sono Penelope.”

E detto questo vorrei subito chiarire che non è una dichiarazione d’intenti, io non comincerò a saltellare da una situazione all’altra senza soluzioni di continuità, non cerco bdsm fatto in maniera occasionale e non cerco neppure una lista di pretentendi ma semplicemente vorrei sentire nuovamente viva e appagata il mia anima schiava, che sarà pur avvezza all’attesa ma non è morta.

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– Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano… ”
La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:
“Per favore… addomesticami”, disse.
“Volentieri”, disse il piccolo principe, “ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose”.
“Non ci conoscono che le cose che si addomesticano”, disse la volpe. “Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!”
“Che cosa bisogna fare?” domandò il piccolo principe.
“Bisogna essere molto pazienti”, rispose la volpe. “In principio tu ti siederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino… ”
Il piccolo principe ritornò l’indomani.
“Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora”, disse la volpe.
“Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro,dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore. Ci vogliono i riti”. –

“ O taci, o di’ cose migliori del silenzio. „

È stato un anno particolarmente silenzioso da parte mia.

Un silenzio che sottolinea l’astinenza da me stessa.

Vorrei poter fare un bilancio positivo ma, guardandomi nelle tasche, non riesco a trovare nulla se non attesa di tempi migliori. Mi sento svuotata.

Momenti che latitano, naufragi della speranza di vivere nuovi stimoli e passi anche minimi nel mio percorso da sottomessa.

Ci ho creduto fortemente, con tutta la buona volontà che potessi avere, ed invece mi ritrovo oggi, a due giorni dalla fine di questo anno, senza molte certezze, se non quelle di una reale stanchezza fisica e mentale, e una quantità abominevole di domande.

Qualcuno in questi giorni mi ha detto che ho già le risposte che mi servono, che, nonostante i dubbi, ho la fortuna di essere conscia di chi e cosa sono.

Ho voglia di tornare a desiderare, sognare e rincorrere i miei istinti, ma non so trovare la voce per rompere questo silenzio.

Io sottomessa, schiava e femmina di proprietà sono una persona migliore.

Oggi sono più povera.

Temo che il mio esilio, più o meno volontario, sia un imbuto le cui pareti sono troppo lisce per essere risalite.

Il mio proposito rimane uno ed uno soltanto:

Concedermi la possibilità di ritrovarmi e continuare (ritornare) a credere in me.

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Dirac

“(∂ + m) ψ = 0″ .

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Tutte le situazioni finiscono, prima o poi, è lo schifo imperfetto della vita.

Niente ferisce, avvelena, ammala, quanto la delusione. Perché la delusione è un dolore che deriva sempre da una speranza svanita, una sconfitta che nasce sempre da una fiducia tradita cioè dal voltafaccia di qualcuno o qualcosa in cui credevamo. E a subirla ti senti ingannato, beffato, umiliato. La vittima d’una ingiustizia che non t’aspettavi, d’un fallimento che non meritavi. Ti senti anche offeso, ridicolo, sicché a volte cerchi la vendetta. Scelta che può dare un po’ di sollievo, ammettiamolo, ma che di rado s’accompagna alla gioia e che spesso costa più del perdono. (Oriana Fallaci)

Il fallimento di un Rapporto D/s segna profondamente lo spirito di chi lo vive sulla sua pelle. Mi è capitato in passato, e non stento a credere che ricapiterà in futuro.

L’unica via ora percorribile è quella del metabolizzare, i tranelli (emotivi e non) in cui ci si imbatte nel farlo sono molti. Conto di lavorare su me stessa per schivarne la maggiorparte.

Ma sono grata per ciò che ho vissuto, e continuerò ad esserlo.
Non ci sono colpe e colpevoli, buoni e cattivi.

La delusione che provo al momento è solo frutto delle speranze riposte in un cammino intrapreso ed ora accantonate.

C’è solo Consapevolezza e accettazione di uno status quo che per qualche tempo si è taciuto anche a noi stessi.

Ringrazio chi ha vissuto con me questo rapporto, e per i passi che mi ha fatto percorrere nel mio percorso.

Il tempo di cui disponiamo ogni giorno è elastico: le passioni che proviamo lo dilatano, quelle che ispiriamo lo restringono, e l’abitudine lo riempie.

Mi manca il tempo e simultaneamente ne ho in abbondanza. Antitesi di vita.

Con la calma della ragione mi rendo conto che più di ciò che è stato fatto non poteva essere svolto.

Ma ho fame di occasioni, anche di quelle passate per un soffio e inevitabilmente archiviate.

Questo tempo è passato, un anno volato in fretta qui nel blog e nel mio D/s , mi sono distratta per qualche attimo ed eccomi qui a chiedermi come ha fatto a scappare via.

Si sente  dire spesso ” se tornassi indietro…”  ma non è questo il  caso, tutto ciò che ho vissuto è stato con il dono totale di me stessa; senza rimpianti mi lascio alle spalle un periodo molto difficile ma denso di emozioni fra le più contrapposte, e mi rendo conto di dover confessare che, in quegli attimi, l’essere schiava e l’appartenenza, hanno fatto perno nel turbinio quotidiano evitando che  mi disperdessi.

Conosco  tutte le mie fragilità a menadito ma ciò che quest’anno mi ha insegnato, più di ogni altra cosa, è quanto in realtà io sia forte: nonostante il vento contrario, io non abbia smesso di camminare ferma sulle mie gambe, orgogliosa e fiera di chi sono, consapevole che abbandonarmi nelle mani di chi mi possiede mi regala il vigore necessario per affrontare ogni situazione.

E’ una sensazione meravigliosa.

Pensando a chi ero un anno fa mi rivedo disillusa e amareggiata, con la piena consapevolezza che avevo mancato un’occasione, non per mia volontà, senza dubbio speciale. Ero guardinga e assolutamente dubbiosa di voler e poter vivere ancora il dono della mia sottomissione. Ero nel pieno dell’ inverno e aspettavo che tornasse la primavera.

L’incontro con colui che è il mio Padrone è stata una scommessa, soprattutto da parte mia, raccolta e coltivata. Con il senno di poi la scelta è stata quella giusta.

Oggi, dodici mesi dopo, continuo a scegliere la stessa via con la voglia di perdermici dentro, è la Sua primavera, la nostra, che quotidianamente m’invade, mi travolge e m’avvolge. Sono piena di desideri che si intrecciano e di voglie che bramano di essere saziate.

Ho bisogno di vivere questo tempo mescolando la perversione che ci accompagna ed i miei occhi sono ben aperti  e consapevoli che questo tempo necessita di ritmo, quello dei nostri desideri.

Stanno fiorendo le pratoline sotto il noce ancora spoglio e, con esse, sono germogliati nuovamente i sensi in una miriade di fremiti indistinti. Vorrei poter festeggiare questo anno e inaugurare pienamente il prossimo. Suggellare in piena sintonia fra corpo e mente il patto che mi lega a Lui,  consapevolmente irrazionale.

Quindi non mi resta che ringraziare chi si è preso cura di me, concedendomi  stare al suo fianco.

La mia è una promessa: Terrò stretto a me ciò che è buono, anche se sarà solamente un pugno di terra; terrò sempre con me ciò in cui credo, anche se sarà solo un pensiero fugace; non mancherò di compiere ciò che devo  anche se la distanza sarà maggiore di quella che avrei voluto e non abbandonerò  mai  la via che mi è stata indicata anche se a volte è più facile lasciarsi andare. Ed infine, ma non meno importante, terrò stretta la Tua mano anche quando sarai più lontano da me, fintanto che non mi ordinerai di lasciarla.

E’ un onore nonchè un piacere viaggiare con te, Padrone.

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“E un astronomo disse: Maestro Parlaci del Tempo.
E lui rispose:
Vorreste misurare il tempo, l’incommensurabile e l’immenso.
Vorreste regolare il vostro comportamento e dirigere il corso del vostro spirito secondo le ore e le stagioni.
Del tempo vorreste fare un fiume per sostate presso la sua riva e
vederlo fluire.

Ma l’eterno che è in voi sa che la vita è senza tempo
E sa che l’oggi non è che il ricordo di ieri, e il domani il sogno di oggi.
E ciò che in voi è canto e contemplazione dimora quieto entro i confini di quel primo attimo in cui le stelle furono disseminate nello spazio.
Chi di voi non sente che la sua forza d’amore è sconfinata?
E chi non sente che questo autentico amore, benché sconfinato, è racchiuso nel centro del proprio essere, e non passa da pensiero d’amore a pensiero d’amore, né da atto d’amore ad atto d’amore?
E non è forse il tempo, così come l’amore, indiviso e immoto?

Ma se col pensiero volete misurare il tempo in stagioni, fate che ogni stagione racchiuda tutte le altre,
E che il presente abbracci il passato con il ricordo, e il futuro con l’attesa.”

Kahlil Gibran

Possiamo avere tutti i mezzi di comunicazione del mondo, ma niente, assolutamente niente, sostituisce lo sguardo dell’essere umano.

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Ci sono momenti in cui mi ritrovo silente, in tacita contemplazione, osservante due occhi che rimandano ai miei.

La proverbiale quiete dopo la tempesta.

E’ un viaggio quello che percorro  all’interno di quello sguardo,  esploro con attenzione e cautamente incappando nelle spiegazioni a emozioni che difficilmente riescono ad essere espresse in maniera più rumorosa.

Inoltrandomi in esso ho conosciuto fra le più diverse sensazioni, in quegl’attimi di silenzio ho sempre potuto specchiarmi  e trovarmi consapevole di chi ero, cosa provocavo e dove stavo andando. Sarà forse presuntuoso da parte mia ma sono convinta di avere un dono: so leggere in quegli sguardi, so vedere ( quasi sempre) l’animo delle persone. Quel che ho  visto in questi anni non sempre è stato piacevole, in talune occasioni è stato straziante ma certamente quando incontro due occhi che mi guardano come è accaduto qualche giorno fa, ebbene, io mi sento esplodere una supernova nel cuore.

Ho provato la netta sensazione di risplendere accecante nel buio dell’universo. Un lampo ha percorso la mia cute. Non ho saputo resisere al dischiudere la bocca  e parlare.

“Stai facendo il pieno di me?”

Non v’è seguita nessuna risposta reale.

I Suoi occhi trasmettevano una forza indescrivibile, mi guardavano così intensamente che sembravano volessero  racchiudermi in una bolla di cristallo. Come se così io potessi essere maggiormente Sua.

Certo per arrivare a quel modo di guardarmi e al mio sentire  non basta l’improvvisazione. Sono troppo razionale perchè possa capitare con un perfetto sconosciuto.

In un percorso come quello che sto intraprendendo è certo che la comunicazione fra schiava e Padrone ( e viceversa) prende strade sempre nuove e sorprendenti.

Sono consapevole di ritrovarmi famelica, quando capitano attimi come quello che ho vissuto. Particolarmente eccitata. Ogni cosa mi si potrebbe chiedere e si vedrebbe il mio capo annuire obbediente e la mia voce emozionata sussurrare “Sì, Padrone.”

Ecco, nell’incontro di qualche giorno fa, la situazione era questa  ma non mi si è chiesto nulla, sono rimasta a bollire delle mie voglie e della mia sottomissione. Languida e femmina in ogni singola fibra del mio essere. La cosa meravigliosa in tutto questo è che io non mi sia sentita frustrata.

Vorrei riuscire a spiegarmi meglio: Capita che nel bisogno e nella voglia di essere “demolita”  la possibilità che questo non avvenga crei in me, e in un sottomesso in generale, una sorta di fregola che nel momento in cui non trova un riscontro può creare un groppo nello stomaco. In questo caso tutto ciò non è avvenuto ma ho sentito in me la netta sensazione di godere di quanto io sia piacevolmente sottomessa, disponibile ed aperta ad ogni sua voglia. Anche in quella di non far null’altro che guardarmi, accarezzandomi, e godendosi la sua schiava in maniera amorevole.

Sono certa che i puristi del BDSM  storceranno in naso vedendo in un ipotetico incontro la mera necessità di dar sfogo agli istinti più crudi del rapporto. E non nego che la passione non è certo mancata fra noi durante questo pomeriggio. Ma io sono felice di ciò che ho vissuto e di quanto sto vivendo. Ho in me, chiara, la consapevolezza  che non voglio vivere di scatti ma preferisco correre una maratona, fatta anche di momenti come questi. Delicati ed emotivi.

Sento il bisogno di condire il mio essere schiava con attimi in cui il sentire diviene più intimista. E’ una sensazione inesplorata, senza dubbio. Questo me lo sta insegnando colui che mi possiede. La capacità del saper assaporare e apprezzare anche le note più lievi. Ed io mi lascio guidare anche in questo.

Apprendo ogni giorno la piacevolezza dei sentori più delicati.

Se questo sia o meno un traguardo, un limite raggiunto e superato, lo lascio a voi giudicare. Sinceramente non reputo importante spingersi sempre un passo oltre ai propri limiti. Ma la qualità di quel passo quello sì.

E’, per me, vita pura!

Vedere il mondo, in tutta la sua meraviglia aspirando all’impercettibile infinito. Cose pericolose da raggiungere, perché non serve vivere se non si tenta di superare se stessi sempre un po’ di più. Trovarsi l’un l’altro, e sentirsi, sentire semplicemente il proprio cuore battere come mai aveva fatto. Vedere il mondo, cose pericolose da raggiungere, trovarsi l’un l’altro, e sentirsi.

” I sogni segreti di Walter Mitty.”

Estetica della forma o formalismo?

Domanda a cui in realtà non mi interessa realmente dare una risposta.

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Mi è stato fatto un regalo.

Un  presente  natalizio in largo anticipo, assolutamente inaspettato,  che è riuscito a lasciarmi  senza parole. Il ché ha dell’incredibile, un  miracolo in pieno avvento.

Conoscevo l’esistenza  di ciò che mi è stato donato ma, onestamente parlando, mai mi sarei aspettata che una persona avrebbe anche solo pensato di farmici finire dentro. Si tratta di formalismi, di ufficialità che non mi hanno mai toccato davvero fino ad ora.  Io stessa non vi ho mai dato peso, ho sempre considerato più importante l’essenza della mia natura piuttosto che l’etichetta. Coloro che mi hanno affiancata in questo percorso sono sempre stati consci di come concepivo i rapporti e come me vivevano  il tutto in maniera più intima.

Partendo da queste mie esperienze è senza dubbio fuori discussione che colui che oggi mi guida, abbia l’innata capacità di stupirmi. Di cogliermi impreparata a dire qualsiasi cosa.

La mia devozione è stata premiata in un modo inconsueto. Un riconoscimento che ha del singolare.

Lo adoro davvero, perchè ho capito cosa l’ha mosso. Un gesto che vuole bilanciare premiando tutta l’attenzione che pongo verso di lui, la concentrazione dei miei desideri; in poche parole la mia schiavitù.

In Histoire d’O  la protagonista  viene portata dal suo Signore  in una casa  dove mettono anelli forgiati per l’occorrenza alle labbra vaginali e incidono a fuoco il monogramma del proprietario sulle terga della schiava.  Ecco! il mio regalo è sicuramente meno incisivo sulla  mia pelle ma assume ai miei occhi e nel mio spirtito il medesimo valore.

“I segni impressi, col ferro rovente, alti tre dita e larghi la metà, erano scavati nella carne e profondi circa un centimetro. Bastava sfiorarli e si percepivano sotto le dita.
Di questi ferri e di questi marchi, O provava un orgoglio insensato.”


No, non sono stata tatuata, marchiata o sforacchiata. Ci terrei a sottolinearlo. Ma sono comunque fiera. La mia sottomissione è riconosciuta  formalmente dal mio dominante ed è  anche motivo di suo orgoglio. Non mi sono mai servite vetrine
per rendermene conto, non ne sono mai servite anche a Lui. In questo caso, però, il vestito indossato per le feste da questa relazione mi entusiasma, mi strappa un sorriso timido ed un rossore acceso sulle guance. Immagino che qualcuno possa rimanere oscenato dalla scelta, addirittura disgustato dalla presa di coscienza dell’esistenza di qualcosa di simile, altri invece sono certa che esclameranno a gran voce  “embhè, che cavolata! ” .

In tutto questo io rimango convinta che il valore reale di ciò che viviamo, e crediamo, siamo noi stéssi a sancirlo. Cìò che per alcuni varrà nulla, per me ha un valore enorme. Un regalo preziosissimo che si “ruba” una mia nuova verginità. Che, tra l’altro, neanche mi ricordavo di avere.

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Ringrazio, emozionata, per questo dono: un piccolo tesoro che vive dentro di me, su di me, impressionato come quel marchio.

“… ed era vero che lei avrebbe dovuto accettare,acconsentire nel vero senso della parola, perchè nulla le sarebbe stato inflitto a forza, nulla a cui non avesse in precedenza acconsentito. Avrebbe potuto rifiutarsi, nulla la teneva in schiavitù, fuorchè il suo amore e la sua stessa schiavitù. Che cosa le impediva di andarsene?”

Già!Tu, che leggi, lo sai cosa mi impedisce di andarmene?

Io lo so, sì … cammino sempre insieme alla mia volontà. 

Per qualunque  altra cosa, ricorda, la formula è sempre la stessa  ” In caso di smarrimento riportare al legittimo proprietario!” 

Registration Number (SLRN):717-530-644

Grazie, Padrone.

Il privilegio di trovarsi dappertutto a casa propria appartiene solo ai re, alle puttane e ai ladri.

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E’ una stanza enorme ed allo stesso tempo minuscola quella che ci circonda, siamo noi a crearla con  il legame che ci unisce.

Una stanza che si nasconde agli occhi dei più, timida e im-pudica come la sottoscritta. Immersa in un pallido sole dicembrino, meno fredda di come me la sarei aspettata, non ha pareti, tanto meno soffitti, ma i suoi mattoni sono costruiti dalla passione che arde nelle pupille scure che si scrutano. E dalla loro fantasia.

Siamo fortunati, in ogni senso.

Le sue parole me lo ricordano, stretta in un abbraccio al sapore di costrizione.

Amo sentirlo attorno a me, mani serrate dietro alla schiena, mi fanno sentire al sicuro nelle braccia di chi ha tutti gli strumenti per demolire ogni mia certezza.

Trattengo il respiro, sulle labbra il sapore del caffè, ci sono troppe cose che vorrei dire, troppo poco il tempo per dar fiato ad ognuna di esse. Sento la necessità di godermi ogni istante, di respirare a pieni polmoni il dono dell’appartenenza.

Le dita che premono sui miei vestiti ad intensità variabile bussano alla porta della mia schiavitù che si spalanca senza remore accogliendo in me un momento a lungo atteso e finalmente premiato. Sembra passata un’eternità.

Ringrazio. Per ogni cosa. Solo oggi, scrivendo, mi accorgo di quante volte ho detto: Grazie, Padrone.

Sorrido di me stessa.

Ci sono stati giorni in cui il bisogno di un contatto è stato così forte che il respiro si smorzava fino a rimanere flebile, rivederlo  è stato come percepire i polmoni nuovamente pieni.

Fremo ripensando a come il suo sguardo mi ha sorvolato dalla testa ai piedi appena ci siamo incontrati, mi sono sentita soppesata, un esame  a pieno titolo. Una sensazione piacevole che premia la cura con cui mi sono preparata per Lui. Sono pignola fino all’inverosimile, lo so, non avrei mai tralasciato nulla per compiacerlo.

Esame superato a sentir il suo commento. Gongolo.

Oltre ad i suoi, tutte le persone attorno sembravano avere gli occhi puntati su di me, sono convinta di soffrire  un po’ di suggestione. Odio questa sensazione e la amo al tempo stesso. Un terreno nuovo che ho iniziato ad esplorare solo con Lui, su cui muovermi è abbastanza arduo ma che è altrettanto facile da dimenticare perdendomi in chi ho di fronte. Con il tempo non leggevo più la carta dei thè, ma solo due promesse da riscattare, una punizione da scontare e due caffè : “un dec e un normale”. Come poter badare ad altro se non a questo?

E’ fantastico ritrovarsi; sembra che sia ieri l’ultima volta che ci siamo visti, sembra che domani ci vederemo ancora. Il tempo trova nuovi spazi nella nostra dimensione. Assume valori prossimi al paradosso. 

Quando le mani, le sue, hanno chiesto di stringere collare e guinzaglio ho temuto per un attimo che me lo volesse mettere in mezzo a tutte quelle persone. Le mie mani si sono ghiacciate in un istante, mentre le sue dita accarezzavano il cuoio nero. Credo di essere stata in apnea  fino a che non mi ha chiesto di rimetterlo nella borsa considerando quanto fosse bello. Non so esattamente cosa mi turbasse, ma sono conscia di aver sempre vissuto la dominazione come qualcosa di intimo. Avere spettatori seppur inconsapevoli mi lascia decisamente inquieta.

Essere guidata in posti tanto familiari per una passeggiata ha reso nuovamente un colore “normale” alle mie guance, l’aria fresca  e la mano che stringeva la mia hanno rinnovato la tranquillità del mio cuore.

E’  sorprendente la leggerezza con cui passiamo da uno stato all’altro. Padrone e schiava, Lui ed io. Solo soluzioni di continuità. E’ qualcosa di magico. 

Ci fermiamo appena prima di raggiungere il “nostro” tavolo sempre nello stesso giardino. Ci siamo affezionati. Un momento a cui non do peso a sufficenza in tacita contemplazione di un bellissimo salice. Chiede conferma, annuisco sfoggiando una cultura botanica mica da ridere. Beata incoscenza, la mia. Ha lo sguardo di chi è sempre in procinto di dirmi qualcosa, seduti uno di fronte all’altra, anche quando non parla. Io so che se fosse in mano mia, la scelta, sarei già nuda davanti Lui  dicendo: fai di me ciò che vuoi. A pensarci bene forse lo sono stata anche se non esattamente come stavo immaginando.

Mi sembrava di scoppiare mentre lui mi faceva fremere. Ha scoperto il modo di farmi il solletico e che si diverta a stuzzicarmi è lapalissiano. Un predatore che gioca con la sua preda.

In compenso però le promesse sono state mantenute e di questo gliene sono davvero grata. Ho aspettato tanto e ne è valsa la pena. Anche se gli ho fatto saltare un bottone dei pantaloni, che vergogna!

Il mio essere femmina ha esultato in maniera tracotante. In  ogni rapporto che ho avuto, non mi era mai capitato di dover attendere così tanto. Devo ammettere che è singolare come situazione. Più di nove mesi. E finalmente i miei occhi hanno visto e le mie mani hanno potuto toccare.

E’ stato come liquefare tutti i ghiacciai del mondo con la mia adrenalina. Ho dovuto tenere a bada l’irruenza  seppur tenera del mio desiderio. Strumento del suo piacere in un perverso pomeriggio di tardo autunno. Ho sentito tutta la voglia scalpitare nei  tendini delle mie dita tremolanti. Il calore del contatto della pelle sulla pelle. L’effetto che tutta la gamma di emozioni che mi si leggevano in faccia avevano su di Lui. Pazzesco.  Mi sono sentita immensa nelle sue mani.

Il tempo evapora quando siamo insieme, io non so come faccia. Ma è sempre tutto tremendamente breve. O forse la mia ingordigia mi farebbe chiedere di più, se solo avesse spazio per trovar voce. Così, in un attimo, siamo nuovamente sotto il salice e le sue dita afferrano un ramo lungo sottile ed affusolato. Ero bollente, ed in quel momento anche consapevole che sarei stata punita.

Mi ha chiesto se potevo sopportarne diciotto, non ne ero tanto certa in quel momento, ma in qualunque caso avrei provato ad arrivarci. E così ho fatto.

Della mia punizione, impresse a tinte forti, ho delle immagini nitide che credo che non riuscirò mai a dimenticare. Il blu troppo acceso del metallo a cui ero appoggiata, la cura con cui Lui mi ha denudata. Il cuore che mi si è fermato mentre l’aria fredda lambiva la mia pelle bianca nell’attesa del primo colpo.

E poi arriva, il primo, e con esso altri otto. Nove in totale.

Allineati parallelamente sui miei glutei. Con le lacrime agli occhi, ringrazio anche questa volta. Si ferma qui.

Il dolore di quel rametto flessibile è un marchio a fuoco. Milioni di aghi che trafiggono la pelle. No, non sono masochista questo è certo. Ma incasso bene, e avrei preso anche tutti gli altri multipli, se lui avesse voluto. Sentire in me la disponibilità nel dargli la possibilità di donarmi del dolore mi ubriaca. Non gli piace farmi male, sembra che abbia sofferto con me; quando ho incrociato il suo sguardo mentre mi rivestivo, l’ho visto turbato. Vorrei che non fosse  stato così. Lo rassicuro e  lui rassicura me. Stavo bene e bruciava come il demonio. 

Ora che quelle nove strisce sono passate dal rosso acceso al viola sto ancora bene. Benissimo. Il cuscino sotto il mio sedere mi ricorda che è il caso che io faccia in modo di non dover a essere punita troppo spesso. Ma sono lieta che a prendersi questa parte di me, sia stato lui.

Un momento che sarà solo nostro, in questa grande casa, un mondo di bellezza nella stanza che ci appartiene.

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Beati coloro che coltivano la voluttà dell’attesa.

II la fouettait avec des branches
De laurier-sauce ou d’olivier
La bougresse branlait des hanches
N’ayant plus rien à envier
En faveur de ses fesses blanches

Rêverie sur ta venue- Guillaume Apollinaire

Stamane c’è un nodo nella mia pancia; indecifrabile e mistico.
Un senso di attesa che morde la carne con implacabile sadismo. Non vi è una reale motivazione per la sua presenza ma non è neppure così inaspettato e non è neppure doloroso o vissuto con malessere.
C’è.
Imperituro e nessun pensiero riesce a sviare l’attenzione da questo garbuglio emotivo. Un desiderio  inespresso che amplia il senso di fame.

Fatico a trovare le parole. Sento la necessità scrivere di tutto questo, ma  le parole sono riluttanti nel sovvenire alle mie dita. E’ sempre stato, non dico facile, ma naturale per me scrivere di ciò che vivo e sento ma, sono consapevole, in questa seconda metà dell’anno quel mio essere aperta allo sguardo del mondo è un po’ meno semplice. Il subconscio fa strani giochi con le capacità delle persone.

Senza dubbio sono troppo tenace per dargliela vinta.

Mi sento un po’ come Kafka nelle sue lettere a  Milena quando le dice

“La facilità di scrivere lettere – considerata puramente in teoria – deve aver portato nel mondo uno spaventevole scompiglio delle anime. È infatti un contatto fra fantasmi, e non solo col fantasma del destinatario, ma anche col proprio, che si sviluppa tra le mani nella lettera che stiamo scrivendo, o magari in una successione di lettere, dove l’una conferma l’altra e ad essa può appellarsi per testimonianza. Come sarà nata mai l’idea che gli uomini possano mettersi in contatto fra loro attraverso le lettere? A una creatura umana distante si può pensare e si può afferrare una creatura umana vicina, tutto il resto sorpassa le forze umane…”

Può mai essere uno sforzo sovrumano riuscire a sbloccare questi pensieri?

Siete mai incappati in qualcosa che diveniva il vostro chiodo fisso, che sapevate di dover attendere con pazienza anche se il tempo “giusto” sembra non arrivare mai?
Ecco sono in questa fase, piena di voglie ed impulsi e non v’è modo di viverli realmente. Nessuno ha colpa per tutto questo, ci sono forze che sfuggono al controllo anche del più capace. Alle volte bisogna solo vivere il momento come un ulteriore passo nel proprio percorso. Anche se all’apparenza sembra non accadere nulla, proprio nel nulla è quel qualcosa. Si sa, per chi mi ha letto qualche volta non sono mai stata una gran campionessa nel vivere l’attesa, lo sgambetto del lato razionale è sempre dietro l’angolo. Ma non questa volta. Nonostante le tempeste di desideri che faticano a trovare una loro epressione sono incredibilmente pacifica.

Sono certa che il giorno in cui questi possano trovare espressione arrivi. Il dove e quando non mi è dato saperlo.

Non so spiegarmelo, ma vivo bene.

Devono essere i piccoli compiti quotidiani che mi sono stati assegnati a rendere questo momento meno difficile, una sorta di blanda disciplina per evitare di far partire schegge impazzite di follia. Funziona.

Il mio impegno giornaliero, il tempo passato a donare una parte di me anche se a distanza aiuta a sfogare gli istinti e a smorzare le parti più aspre dei miei bisogni. Senza per questo spegnerle. Mantiene il livello di insoddisfazione alla soglia minima.

Mi crogiolo in umidi pensieri  resi indecenti dal mescolare delle mie e Sue fantasie.  Centellinati fra le dita e sussurrati a fior di labbra li ritrovo pensando a Lui ad ogni risveglio.E’ un archivio messo a nudo a qualunque ora  e  sulla pelle  s’appiccicano i ricordi accarezzando il bisogno di quel contatto che mi è impedito. La sera, sotto la trapunta, mi rigiro nel letto cercando di annullare le immagini che gorgogliano passione nelle vene. Mi addormento sussultando  come se l’indomani quell’attesa fosse finita.

Sto vivendo un enorme tease and denial. Quotidiano.

Questa mattina, quando i mei occhi si sono aperti guardando fuori dalla finestra, il focus dei miei pensieri si è fermato a quei rami ormai resi spogli dall’autunno.

A quanto uno di essi sarebbe stato bene fra le mani di chi mi possiede per dar libero sfogo alle di Lui (e mie) voglie.

Un pensiero secco, lampante di luci rosso rubino.

Che dipinga con chiari segni la fine dell’attesa.

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